Quando il narcisismo è patologico

2019-04-04 00:00:00 +0000

Come riconoscere il normale narcisismo dal disturbo narcisistico

Com’è noto, il termine “narcisismo” deriva dal mitoche narra la storia di un bellissimo giovane, Narciso, destinato a consumarsi per l’amore verso se stesso. Nell’uso comune la parola è diventata sinonimo di fatua vanità o semplice eccesso d’amor proprio, perdendo così quelle sfaccettature che spinsero Freud a utilizzarlo per designare una condizione clinica dai risvolti profondamente tragici.

La gran parte dei teorici concorda nel ritenere che il narcisismo possa presentarsi sia in forma normale sia in forma patologica. Nel complesso, il narcisismo normaleviene descritto sulla base di alcune caratteristiche specifiche quali l’assertività, l’individualismo, una stabile regolazione dell’autostima verso l’alto, l’ambizione, ecc.

Per quanto riguarda il narcisismo patologico, le descrizioni cliniche convergono su alcune caratteristiche generali:

  • la mancanza di un autentico interesse per il mondo e le persone;
  • una capacità danneggiata di costruire relazioni interpersonali;
  • un egocentrismo smisurato, accompagnato da una preoccupazione eccessiva per il proprio valore e per le questioni di competizione e di rango;
  • un bisogno smodato di riconoscimenti

Vi sono state diverse proposte di classificazione di sottotipi e sottocategorie di narcisismo.

Nel sottotipo grandioso prevalgono i sentimenti di superiorità e di disprezzo per gli altri, il comportamento può essere apertamente arrogante e incurante dell’effetto sugli altri, i quali vengono utilizzati come fonte di ammirazione senza riguardi per i loro sentimenti e per la loro prospettiva. Gli aspetti di fragilità sono sotto-modulati, nascosti, negati e il più possibile esclusi dalla coscienza.

Nel sottotipo vulnerabile prevalgono vergogna e senso di umiliazione, ipervigilanza rispetto al giudizio degli altri e alla ricerca di ammirazione si sostituisce l’evitamento e il ritiro dalle situazioni che potrebbero comportare un giudizio negativo. Falsa umiltà, compiacenza e manifestazioni inautentiche di interesse per gli altri tendono a sostituire l’arroganza e la ricerca di ammirazione. Grandiosità e invidia vengono nascoste e vissute in fantasie nelle quali l’autoaffermazione narcisistica assume la dimensione della rivalsa.

Entrambi i tipi di presentazione fenomenica sono considerati espressione della stessa difficoltà di base nella stabilizzazione del senso di identità, nella regolazione dell’autostima e nella regolazione interpersonale. Non sorprende, perciò, che diversi autori abbiano sottolineato come la maggior parte dei narcisisti presenti fluttuazioni tra aspetti di grandiosità e di vulnerabilità.

Alexander Lowen

2019-04-04 00:00:00 +0000

Gli uomini pensano di risolvere tutto con la mente invece di ‘sentire’. Ma il sentire non ha a che fare con l’intelligenza o con la forza. Solo lavorando su di sé, sul proprio corpo – grazie al quale l’uomo ‘sente’ – l’uomo può curarsi e aspirare, come è sacrosanto, a una vita sana, libera, felice. Ed essere in grado di amare veramente.

Alexander Lowen, nato il 23 dicembre 1910 a New York, dove è sempre vissuto tranne il periodo degli studi di medicina a Ginevra, e morto il 28 ottobre 2008 nella sua casa di New Canaan, Connecticut, è stato il fondatore della Bioenergetica, di cui ha cominciato a descrivere i principi nel suo primo libro, Il linguaggio del corpo (1958).

Allievo di Wilhelm Reich, che per primo aveva sottolineato l’importanza dell’analisi del carattere (1933), Lowen ha messo in luce come ognuno forma il proprio carattere, nei primissimi anni di vita, reagendo alle aggressioni e agli stimoli dell’ambiente e inibendo le proprie emozioni, il cui blocco si struttura a livello fisico. Ed è per questo che per arrivare a sciogliere i blocchi emozionali si deve ‘lavorare sul corpo’ oltre che sulla mente, al fine di ritrovare il vero piacere di vivere.

La bioenergetica, che si può definire un modo di comprendere la personalità in termini energetici, associa il lavoro sul corpo a quello sulla mente per aiutare le persone a risolvere i propri problemi esistenziali e relazionali e a realizzare al meglio le proprie capacità di provare piacere e gioia di vivere.

Nel 2005, a 94 anni compiuti, Alexander Lowen ha pubblicato la sua autobiografia, Honoring the body (Bioenergetics Press, che ha ristampato tutte le sue opere), tradotta in italiano da Alessandra Callegari (Onorare il corpo, Xenia 2011).

Oggi il figlio Fred Lowen (1951) dirige la Fondazione intitolata al padre, che si occupa di diffondere nel mondo il pensiero di Lowen e la bioenergetica.

Il modello Biosistemico

2019-04-04 00:00:00 +0000

Il modello teorico Biosistemico può essere compreso attraverso le sue due componenti: biologica e sistemica e si basa sull’idea che ci siano processi fisiologici inconsapevoli che sono alla base delle nostre difficoltà emotive e che questi processi fisiologici debbano essere trasformati.

Ci riferiamo alle dinamiche del sistema limbico, considerato il “cervello emozionale” da Paul McLean, ed a tutti i processi cerebrali al di sotto di questo livello subcorticale, che partecipano alla nostra vita esperienziale e comportamentale, ma il cui funzionamento non è direttamente collegato alle aree della coscienza.

La psicoterapia Biosistemica parte perciò dalla “radice organica” che, come mostra ampiamente Gerald Edelman, influenza i processi corporei inconsapevoli che si trovano al di fuori del regno della coscienza. Specifiche tecniche, che coinvolgono anche un differente uso del linguaggio, mobilitano e trasformano tali processi fisiologici inconsapevoli, congiuntamente a quelli accessibili alla coscienza, con il preciso obbiettivo di riconnettere i livelli organici profondi con il territorio della parola e dei significati.

Le radici biologiche dei nostri processi emotivi, vengono comprese secondo i concetti di numerosi ricercatori, tra cui due sono cruciali per la sostanza del modello: Henri Laborit dimostra che un’inibizione prolungata dell’azione crea una serie di squilibri psicofisiologici che possono condurre gradualmente la persona verso uno stato di disagio e patologia psichica e/o fisica. Quando lo squilibrio diventa cronico abbiamo infatti la soppressione dell’adrenalina ed un anormale innalzamento dei corticosteroidi e della noradrenalina (tutti “ormoni dello stress”), e questo giustifica i metodi di “attivazione” della Terapia Biosistemica. Analogamente, dal punto di vista psicologico e comportamentale, assistiamo all’instaurarsi di un quadro clinico dove ansia e depressione rappresentano le derive psichiche del soggetto. La ricerca di Ernst Gellhorn ha dimostrato che le componenti simpatiche e parasimpatiche del sistema nervoso autonomo (SNA) devono lavorare in alternanza al fine di mantenere in salute l’organismo. Quando condizioni di stimolo creano disturbo nel SNA in modo tale che quest’alternanza si perda e venga sostituita dalla scarica “simultanea” di entrambi i sistemi, si osserva mancanza di coordinazione a livello psicologico e disagio emozionale.

Nell’emozione si riflette lo squilibrio funzionale descritto da Gellhorn, dato che la persona non riesce più a riconoscere, esprimere e soprattuto regolare i propri stati emotivi con la conseguente sensazione di agitazione, angoscia, congelamento, dolore somatico, ecc. L’emozione è infatti il sistema risultante dall’interdipendenza degli elementi che lo costituiscono, ovvero pensieri, azioni e sensazioni: ogni disturbo emotivo, quindi, è segno di disconnessione tra questi tre livelli, e possiamo perciò affermare che ogni patologia ha alla base un nodo emozionale.

Anche la teoria Sistemica fornisce numerosi contributi alla Psicoterapia Biosistemica. Essa aiuta ad integrare processi fisiologici complessi a livelli diversi di specificità molecolare, tissutale, organico, ed a scoprire le loro interconnessioni con campi differenti nelle funzioni mentali: logico-verbale, immaginativo-visivo, ecc. Permette di connettere tra loro processi di natura diversa in unità complesse di ordine superiore.

Un contributo della teoria Sistemica è la nozione che i processi fisici e fisiologici sono dovuti alla interazione dei sottosistemi semi-autonomi. Ciò significa, a livello psicologico, che le sensazioni corporee, le emozioni, le funzioni cognitive, le funzioni percettive, l’immaginazione visiva, le espressioni non verbali, e così via, sono tutti sistemi funzionali che devono svilupparsi, ognuno a proprio modo. Il disagio, la sofferenza o la patologia vera e propria sono frutto della mancanza di regolazione dei sottosistemi: compito del terapeuta è quindi quello di ricostruire le connessioni tra i sottosistemi, coinvolgendoli e utilizzandoli.

Non sarà quindi un’intuizione o una particolare rivelazione emotiva che potrà sbloccare uno stato patologico, ma tutti i sottosistemi dovranno essere portati ad un’interazione funzionale affinchè ci sia un completo sviluppo mente-corpo della persona. Il processo terapeutico viene portato avanti in modo tale da favorire l’emergenza di molteplici sistemi psicofisiologici della persona. Da queste considerazioni derivano le tecniche specifiche di intervento che si caratterizzano per livelli crescenti di complessità e che si applicano in maniera “aperta”, senza cioè che effetti o conclusioni siano presupposti. Per l’approccio sistemico tutto ciò che libera la conoscenza e sblocca l’immaginazione è il benvenuto: esso si immagina aperto, come i sistemi che studia.

Compito del terapeuta è allora quello di aiutare il paziente a “riparare” le proprie lacerazioni; il lavoro assomiglia all’attività di un sarto, ad un’opera costante di ricucitura, basata su una delicata attenzione affinche’ tutti i materiali clinici siano sempre in co-evoluzione sincronica: affinche’ la mobilizzazione corporea sia coerente con la capacità cognitiva di comprensione, e affinche’ il tutto sia sempre vissuto all’interno di una relazione terapeutica sicura. Occorre quindi una grande cura dell’atmosfera relazionale, per il fatto che le condizioni di sicurezza sono il fattore terapeutico da cui non possiamo prescindere.

E’ così possibile riflettere ed intervenire non solo sui processi individuali ma anche su livelli più complessi, come le relazioni familiari, o quelle professionali, fino a trattare questioni riguardanti gruppi, comunità e organizzazioni. Questo è un aspetto originale del modello: l’approccio biosistemico consente infatti di intervenire in contesti di coppia e di gruppo con un modello psicocorporeo che permette di leggere la maggiore complessità dei fenomeni relazionali e di organizzazione, con strumenti che connettono gli elementi verbali allo scenario globale fatto di movimenti, posture e vissuti corporei.

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